Interviste

UN PROF CHE AMA LA SUA TERRA: SICILIA, OLIO D’OLIVA, PROF.DUGO

Copia di 942198_110208445848035_1305688301_nHo conosciuto il Prof.Dugo durante il Meeting Internazionale “Mission Incoming Sicily” organizzato dall’Unioncamere Sicilia per promuovere i prodotti agroalimentari siciliani in tutto il mondo e favorire uno scambio di informazione tra buyers, giornalisti, produttori e ricercatori. La più bella isola mediterranea ha tantissime risorse e prodotti eccellenti che spero in poco tempo saranno reperibili anche in Turchia e nel resto d’Europa, ma prima vi presento un Professore che è un amico, un padre, un punto di riferimento per i suoi studenti. Il Prof.Dugo ama ogni centimetro quadro della sua terra, innamorato di quello che fa e soprattutto crede in un’alimentazione sana e questo nonostante tutte le problematiche è possibile. 

Giacomo Dugo è un chimico, Professore Ordinario di Chimica degli Alimenti presso l’Università degli Studi di Messina. E’ presidente del Co.Ri.Bi.A. E’ stato nominato dall’Unione delle Camere di Commercio della Sicilia (PA) Presidente nella Commissione esaminatrice delle aziende del settore agroalimentare da inserire in un paniere regionale per l’EXPO 2015. E’ responsabile del Progetto Science 4 Life -Spin-off dell’Università degli Studi di Messina- in cui coordina anche il Dottorato di Ricerca in Scienze Enogastronomiche. Ha scritto 7 libri scientifici e circa 400 suoi lavori sono stati pubblicati sulle riviste nazionali ed internazionali.

SELIN: Lei è un amatissimo tra i suoi studenti nell’Università di Messina, la vedono come un loro amico molto rispettato. Lei è anche un amante degli animali, (Prof.Dugo non butta via il cibo, gli avanzi vengono dati ai cani o gatti randagi), uno studioso, un gourmet, un enologo, poi scrittore e oratore e tanto altro ancora. Ci può raccontare chi è il Prof. Giacomo Dugo?

PROF.DUGO: Dal 1986 sono stato direttore del dipartimento di Scienze e dell’ Ambiente e poi dal 2012 direttore del dipartimento di Scienze dell’Ambiente Sicurezza Alimenti e Salute, perciò l’obiettivo è stato sempre di collegare la sanità dell’ambiente e la sanità dell’alimento a una qualità che ci può preservare dalle malattie. Negli anni 2005-2006 sono stato promotore di un corso di laurea in Scienze Gastronomiche che in origine si chiamava Scienze dell’Enogastronomia Mediterranea e Salute, qualche anno dopo modificato in Scienze Gastronomiche; sono stato anche per 6 anni coordinatore di un dottorato di Scienze Enogastronomiche il cui ultimo ciclo si completa quest’anno, studiando gli alimenti e venendo a contatto con le aziende mi sono sempre di più appassionato all’enogastronomia soprattutto chiaramente a quella siciliana: sono un buon conoscitore dell’enogastronomia siciliana. Ultima cosa così simpatica che abbiamo fatto, perché in rete si possono trovare tanti libri miei sull’olio d’oliva, sulla qualità del vino e anche ci siamo occupati del motivo per cui la plastica alterasse gli alimenti. Negli ultimi tempi ci siamo occupati anche di andare a scoprire qualche notizia sconosciuta sulla tradizione alimentare del popolo siciliano da 500 a.C a oggi, partendo dall’organizzazione siciliana al tempo dei Greci della Magna Grecia, fino all’arrivo dei romani e degli arabi, per arrivare ai giorni nostri. Abbiamo evidenziato che in Sicilia esistono tante piante spontanee che sono presenti anche in altre parti d’Italia ma solo in Sicilia in maniera così diversificata; queste piante sono complementari alla nostra cucina. Lo chef che ci ha ospitato ieri sera, Paolo Austero, come contorno del pesce ha presentato dei cavoli selvatici che sono di largo uso qui, con i quali vengono accompagnate le carni e alcuni pesci. Queste piante selvatiche sono veramente interessanti dal punto di vista nutroscientifico e  molto spesso sono state utilizzate dalla tradizione che risale dai nostri pastori (tanti millenni fa) come piante che curavano le malattie perciò un doppio uso e in questo libro c’è tantissimo sul perché queste piante fanno bene. Per esempio gli arabi ci hanno portato lo zafferano che è un qualcosa di squisito e prezioso; hanno fatto tantissime cose positive in Sicilia, come dimenticare la cassata, la coltivazione del riso, oggi si fanno in Sicilia le arancine, il riso viene prodotto in Pianura Padana mentre nell’ 800 d.C il riso si produceva anche in Sicilia grazie agli arabi. Gli arabi ci hanno insegnato a essiccare l’uva e hanno introdotto in Sicilia le palme da dattero (in seguito è andato perso l’uso). A noi piace scoprire tutto questo, io sono contro la nouvelle cousine, per me i gamberi non c’entrano niente con la ricotta, lo chef prima di elaborare i piatti deve leggere la storia. La cucina delle nostre madri era una cucina molto ricca: la caponata, la pasta fatta in casa, il brodo di pesce, il couscous, le arancine, tanti dolci a base di ricotta che passando da una provincia all’altra si chiamano in maniera differente. I dolci fatti di ricotta e pasta frolla a Marsala si chiamano “campelletti” qua a Selinunte si chiamano “gassatelle”; ecco la pasticceria messinese è la più bella e la più ricca di tutta la Sicilia c’è un libro che fa vedere come ogni dolce era collegato ad una festa religiosa. L’uomo di oggi pensa che può mangiare ogni giorno ciò che pensa, ed è molto sbagliato, basta avere soldi e comprare invece bisognerebbe rispettare le stagioni: le melanzane e peperoni li dobbiamo mangiare in estate. Se noi rispettiamo la natura, la natura rispetta la nostra salute. Non c’è bisogno di mangiare la cassata tutti i giorni, invece meglio mangiarla la domenica come la tradizione di una volta e gustiamola! Certi dolci poi devono essere mangiati solo a certe ricorrenze, per esempio la “frutta di Martorana” (un tipico dolce siciliano, fatto di farina di mandorle e lo zucchero, simile al marzapane ma più dolce e saporito) una volta si mangiava solo per il giorno dei morti, mangiarlo tutto l’anno non fa bene certo.

SELIN: Veniamo all’olio d’oliva: conosco bene quello Toscana, e quello della Puglia che sono ottimi, non sapevo che anche l’olio d’oliva di Sicilia fosse così eccellente! Perché non è conosciuto al di fuori della Sicilia? Cosa potete fare per promuovere questo olio?

PROF.DUGO: In Sicilia abbiamo fatto delle scelte sbagliate nel senso che nel 1991-92  in Europa sono partiti marchi DOP e sono partiti anche i regolamenti per la produzione biologica. In Sicilia sono stati utilizzati soldi per trasformare gli impianti in agricoltura biologica ma non ci siamo interessati se la nostra uva arrivava nel mercato come biologica; io ho un ettaro di uva da tavola, la trasformo in biologica e per 10 anni mi prendo dei contributi dalla Comunità Economica Europea tra 1000 e 2000 euro all’ettaro, ma poi la vendo come l’uva normale invece avrei avuto l’obbligo di mettere nelle cassette e  venderla come uva biologica e metterla a disposizione dei consumatori. Perché per il progetto sul biologico siamo noi che paghiamo le tasse, l’Europa siamo sempre noi, perciò non abbiamo fatto passaggio finale. Invece per olio abbiamo fatto il DOP ma dopo non ci siamo interessati di fare un consorzio che mettesse insieme i produttori, soprattutto per creare un’immagine unica e fare pubblicità al fine di commercializzare l’olio d’oliva siciliano creando un marchio unico. Questo è avvenuto nel vino perché ci sono delle aziende grandissime che lo hanno fatto. Nel mondo conoscono l’olio d’oliva toscano, perché è un marchio indicazione geografica protetta e comprende tutta la Toscana; questo in Sicilia è mancato nel settore dell’olio: esistono piccole realtà che si devono mettere insieme.

SELIN: Unioncamere Sicilia cosa può fare al riguardo?

PROF.DUGO: Io sono consulente d’Unioncamere Sicilia soltanto da pochi mesi e mi hanno chiesto semplicemente di cercare di occuparmi delle iniziative d’Unioncamere in funzione di Expo. Spero di creare delle iniziative che diano un impulso a settore dell’olio e non solo ma partendo dall’olio: dobbiamo mettere insieme tantissime aziende che si mettono sotto un marchio. Io faccio il mio parmigiano, tu fai il tuo ma nel mondo lo conoscono come si ce ne fosse uno solo, mentre ci sono qualche centinaio di produttori. Occorre creare questo marchio unico: Unioncamere in tal senso lo può fare, mentre l’ Università di Messina e il Panlab che avete visitato anche voi, può certificare che questi olii hanno una tracciabilità comune, hanno dei parametri comuni che possono essere veicolati insieme come unico prodotto nel mercato internazionale.

SELIN: Pensare ad una campagna di pubblicità per promuovere l’olio d’oliva? Per esempio regalare una piccola bottiglietta a chi arriva in Sicilia con l’Alitalia sarebbe una cosa fantastica perché i turisti ricordano i paesaggi meglio se lo associano ai gusti.

PROF.DUGO: Questo progetto si può fare facendo un bando per tutti i ristoratori che lavorano in Sicilia e noi con un progetto europeo a questi ristoratori possiamo distribuire 1 milione di bottigliette per tutti i turisti stranieri e italiani che vanno ai ristoranti che aderiscono al progetto. Spenderemmo un milione di euro ma avremmo un ritorno grandissimo. L’Università di Messina e Unioncamere lavoreranno per creare una rete che dia un’informazione corretta sui prodotti locali della Sicilia e una guida reale ai consumatori.

SELIN: Volevo chiederle di Panlab, come è nato questo progetto? 

PROF.DUGO: C’è stato un bando sulla ricerca, un bando strutturale cioè l’università aveva il posto necessario che era adatto a costruire questo laboratorio,  l’acquisto di strumentazione e la ristrutturazione erano finanziati al 100% e la formazione di coloro che lavorano per il progetto che possono essere assunti dopo per far funzionare il laboratorio. Panlab è un progetto di 45 milione di euro, ne abbiamo ricevuto dal Ministero 22 milioni, rimodulando il progetto e poi abbiamo restituito tutto. Io sono stato il responsabile scientifico e quello che ha messo insieme il 90% degli acquisti, poi ci sono degli sezioni, per esempio c’è sezione della geologia e io non sono geologo ma abbiamo dato 500 mila euro alla geologia, poi un fisico ha creato un laboratorio che misura la radioattività, la parte chimica al 50% nasce dalla mia testa, alla fine altri sezioni hanno avuto la loro parte di finanziamenti. Questo Panlab all’interno ha tutti gli strumenti per certificare la tracciabilità di un prodotto agroalimentare. Il Panlab nasce non solo per caratterizzare un prodotto e collegarlo al suo origine, ma anche per stabilire che non contiene tossine né gli antiparassitari né i metalli pesanti, un controllo sia microbiologico sia chimico su tutti quelli che possono essere gli inquinanti anche naturali, perché non è vero che i veleni siano solo sintetici: la natura produce dei batteri per esempio sulle foglie della vite, sull’acino crescono dei batteri tossicogeni che producono una sostanza tossica che si chiama agrotossine; se un impianto contiene questi batteri, nel vino bianco ne passano poche di queste tossine nel vino rosso ce ne sono di più: noi già nel 2004 lavoravamo per scoprire le tossine nei vini. Noi abbiamo comprato un macchinario per rilevare la presenza delle tossine al costo di 600 mila euro. Quindi la nostra missione è contribuire alla sicurezza alimentare e alla qualità, sostenere la qualità controllando la sicurezza, anche con l’aiuto della Dott.ssa Pappagallo che lavora nella nostra Università con grande impegno, tutti noi lavoriamo con grande impegno.

A questo io credo senza alcun dubbio perché l’ho visto di persona, all’Università di Messina: l’amore e lo studio vanno a braccetto. Il Panlab sicuramente è la più grande invenzione degli ultimi tempi, in un mondo in cui ci stiamo ammalando sempre di più perché la carne, il latte, il caffè e tutto il resto fanno male invece che bene! Forse prima di essere incolpate a ragione o meno, le aziende alimentari possono chiedere aiuto per sapere quanto di buono e meno buono mettono nei loro prodotti. In realtà ad ogni problema c’è una soluzione, e la soluzione si chiama Panlab presso l’Università di Messina.

DOMENICO FINIGUERRA


8mqalsecondo-02-3 (1)La prima volta che ho sentito il nome di Domenico Finiguerra è stata due anni fa a Lecco; un mio amico mi ha detto “Devi assolutamente conoscere il Sindaco di Cassinetta di Lugagnano Domenico Finiguerra, se tutti i politici la pensassero come lui vivremmo in un altro mondo!” Da allora lo seguo sia come politico sia come giornalista de “Il Fatto Quotidiano Online”. Ora cerchiamo di conoscerlo un po’ meglio.

So che Lei è famoso per la difesa dell’ambiente e ha delle idee che quando era sindaco del Comune di Cassinetta di Lugagnano in provincia di Milano aveva messo in pratica. Ci può spiegare come si può proteggere il territorio in cui viviamo e se si sarebbero potuti limitare i danni anche in occasione delle recenti tragedie come a Genova?

La prima cosa da fare per difendere l’ambiente, sembra banale dirlo, è smetterla di aggredirlo e consumarlo. Viviamo immersi in un modello economico e culturale in cui si dà per scontato che si debba crescere e svilupparsi, assegnando alla parola sviluppo un significato esclusivamente positivo. Ma in realtà non è così. Anche le malattie si sviluppano, i tumori crescono e portano danni, talvolta irreparabili. Il fenomeno del consumo di territorio, che in Italia avanza al ritmo di 8 mq al secondo, ha di fatto realizzato delle vere e proprie città infinite, conurbazioni, agglomerati urbani che spesso sono invivibili ed anonimi. Il dissesto idrogeologico è una delle conseguenze della cementificazione e fermarla, come abbiamo proposto a Cassinetta di Lugagnano, lanciando la campagna Stop al Consumo di Territorio, è la prima e più importante opera di prevenzione. A Genova, come in altre città e aree geografiche interessate da alluvioni, frane e smottamenti, i danni sarebbero stati sicuramente minori se la politica, invece di progettare colate di cemento, palazzi e autostrade, avesse messo in cima alle priorità la tutela di ciò che abbiamo di più caro: la terra ed i suoi equilibri.

Domenico FiniguerraQuanti comuni in Italia attuano le politiche in difesa del territorio oggi?

Non molti. Però sono sicuramente molti di più rispetto a 15 anni fa. L’azione dell’Associazione Comuni Virtuosi che mette l’opzione cementificazione zero tra le linee da seguire, il Forum Salviamo il Paesaggio e le decine di intellettuali che da molti anni lanciano grida di allarme, hanno aumentato la sensibilità rispetto alla cura e al rispetto del territorio. Però, proprio in questi giorni, è stato approvato il cosiddetto Sblocca Italia, che aprirà ad un vero e proprio banchetto ai danni della terra e delle bellezze italiane: autostrade, trivellazioni, cemento. Tutto venduto agli italiani con la solita frase pubblicitaria: “ci serve per rimettere in moto l’economia”. In realtà si tratterà di veri e propri atti di vandalismo ai danni dei beni comuni.

Ho letto nel suo blog che Lei tiene su ilfattoquotidiano.it dell’idea che Lei ha avuto quando era Sindaco di Cassinetta di Lugagnano il progetto “Matrimoni per la Terra” che ha avuto un grande successo, perché vengono tantissime coppie a sposarsi, a pagamento in qualsiasi ora dalle 09.00 a mezzanotte.  Ci può spiegare da dove deriva il nome di questo progetto?

Abbiamo fatto di Cassinetta la Perla ambientalista del Naviglio Grande. Dal 2002 Cassinetta di Lugagnano è stata al centro di tante battaglie: da quella contro il mostro Tangenziale che vorrebbero far passare ancora oggi a poche centinaia di metri dal Naviglio Grande a quella contro la legge Ammazzaparchi. Da Cassinetta nel 2009 è partita la campagna nazionale Stop al Consumo di Territorio e nel nostro parco De Andre’ nel 2011 è nato il Forum Salviamo il Paesaggio. Con il grande lavoro di recupero della bellezza e del paesaggio coniugato alla spumeggiante e sobria azione dell’assessore alla Cultura Andrea Frassoni, che in dieci anni ha messo insieme centinaia di iniziative a bassissimo costo per il bilancio comunale, Cassinetta si è trasformata in un cuore pulsante per tutto il territorio. Per molti, sposarsi a Cassinetta, era diventata una specie di sigillo di bellezza una certificazione di rispetto per la natura. Così, visto che la scelta di non svendere il territorio comportava difficoltà economiche per il bilancio, ci è venuta l’idea di coniugare l’azione di tutela ai “fiori d’arancio”. Il messaggio era chiaro: chi si sposava a Cassinetta celebrava un matrimonio per la terra e contribuiva a salvare la terra di Cassinetta dal cemento.

A proposito delle unioni civili, volevo chiederle cosa ne pensa dei matrimoni tra gli omosessuali?

Sono favorevole. Credo che l’amore non debba avere argini e che anche dal punto di vista simbolico occorra rimuovere tutti gli ostacoli, culturali e burocratici, che impediscono a tutte le persone di vivere con serenità e libertà, in pace con se stessi e con gli altri, il proprio amore.

Lei continua a diffondere le sue idee anche tramite i libri che ha scritto, ce ne può parlare brevemente?

La mia esperienza di sindaco e di ambientalista mi ha permesso di entrare in contatto con persone, associazioni e comitati eccezionali, con le quali ho condiviso battaglie, pensieri e prospettive. Grazie a tutte queste relazioni ho potuto apprendere moltissimo. I libri che ho scritto sono piccoli strumenti che ho cercato di mettere a disposizione delle stesse battaglie che quotidianamente si combattono in difesa della natura e dei diritti delle persone. Il “Suolo è dei nostri figli” del 2009 racconta, insieme a Chiara Sasso, storica militante NOTAV Valsusina, l’esperienza di Cassinetta di Lugagnano. “8 mq al secondo, salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento” è invece un libro che cercando di usare un linguaggio semplice e divulgativo affronta il tema generale della tutela della bellezza italiana e del saccheggio del territorio ai danni delle comunità. Una specie di invito ad unirsi rivolto a tutte le realtà civiche e ambientaliste per difendere il proprio paese dagli appetiti del partito del cemento.

Secondo Lei che momento è per la politica italiana? Ha una prospettiva positiva?

L’Italia sta attraversando uno dei periodi più bui della sua storia. A livello nazionale sta cercando di consolidarsi un sistema che, spacciandosi per innovatore, in realtà sta accentuando i caratteri peggiori del liberismo (a livello economico) e del berlusconismo (a livello culturale). Il tutto condito con atteggiamenti di arroganza e supponenza tipici di chi una volta insediatosi al potere malsopporta ogni dissenso o critica, bollandola come disfattista. Matteo Renzi incarna alla perfezione tutto questo. Al dialogo tra pari, alla concertazione, al dubbio, si preferisce accelerare con l’imposizione di un pensiero unico calato da un leader su una massa di sudditi, considerati buoni solo se applaudono. Un pensiero unico ripetuto a pappagallo dalla sua ristretta cerchia cortigiana che sgomita per accrescere la propria visibilità agli occhi del capo. Una sorta di sistema neofeudale, che si dichiara democratico e partecipativo utilizzando la retorica delle primarie e del giovanilismo forzuto, ma che in realtà è la versione più moderna del leaderismo plebiscitario che fa affidamento sulla memoria corta dei cittadini sempre più consumatori e meno portatori di diritti.

Quanto alla prospettiva positiva, penso che essa potrà nascere solo se la moltitudine di movimenti, cittadini, ambientalisti, associazioni e realtà diffuse e sparpagliate che lottano per la giustizia sociale e per i diritti dei più deboli, riusciranno a trovare finalmente il coraggio di unirsi tutti. Ma proprio tutti. Solo se le migliaia di entità sparse che fondano la propria visione del paese e del pianeta sui medesimi convincimenti supereranno le difficoltà che impediscono la formazione di uno schieramento, di un’alleanza, insomma di una forza politica che sappia diventare un polo attrattore per tutte le energie positive che oggi sono disunite e quindi non riescono ad incidere e lasciando campo libero al Renzismo ed al turboliberismo. La prospettiva positiva la immagino proprio come un magnete che comincia ad attrarre tutti i simili e gli affini di questo paese, coloro che si indignano di fronte alle ingiustizie e al biocidio quotidiano. Un magnete che non risponde a forze nascoste, lobbies o interessi di parte, ma che ha una sua interna e naturale capacità di cambiamento a favore delle intere comunità, della collettività, e soprattutto dei bambini di oggi e di domani.

Dieci passi di Tango

Copertina Dieci Passi di TangoVi piace il tango? Siete appassionati a questa danza della passione? Sapete pure ballarlo? O come me avete sempre sognato di ballare tango… Vorrei introdurvi ad un autore Andrea Sardi. Andrea Sardi è un uomo versatile. Un autore che sa sognare e sa esplorare tutti i meandri dell’anima. Leggere “ Dieci passi di Tango” è come scoprire di saper ballare questo ballo che sempre più in voga in tutto il mondo. Una delle cose più belle che la globalizzazione ci ha regalato, milonghe a Istanbul, milonghe a Milano, milonghe a Berlino… emozioni dappertutto!
Andrea Sardi con il suo ultimo libro “Dieci passi di Tango” riesce a farvi provare le emozioni come se lo ballaste con una musica ritmica sottofondo che vi accompagna durante la lettura. Un libro molto bello e dolce, a tratti vi emoziona; a tratti vi fa fare le domande insieme all’autore che in qualche capitolo esplora la vita, cercando di dare un senso alle nostre azioni e emozioni. “Dieci passi di Tango” è un libro scorrevole di facile e piacevole racconto. Se vi piace la filosofia, se vi piace la poesia, e se vi piace il Tango, ve lo consiglio spassionatamente.
Innanzitutto complimenti! La prima domanda: Perché hai voluto scrivere un libro su tango?
Grazie, Selin, per la tua prima risposta, sentita, connessa alla tua esperienza personale. Alla mia condivisione è seguita la tua. Mi ha molto commosso. Anche questo “è Tango”. Sul tango sono stati scritti molti libri, alcuni utili a comprenderne la storia e lo spirito, altri le tecniche di ballo. “Dieci passi di Tango” non è un libro “sul tango”. E’ un dramma. Di fatto, un tango. Per me, scrivere e dipingere sono percorsi per prendere contatto, esplorare, dare voce, alla parte più profonda di ognuno di noi, lontana dalla razionalità. Quella parte luminosa e tuttavia spesso offuscata dalle paure, penetrata dalle radici dell’inquietudine: la nostra Anima. Anche questo “è Tango”. “Dieci passi di Tango” nasce sotto l’impulso della brusca perdita dei miei ultimi riferimenti. Il dolore di quei momenti prende a risuonare nelle struggenti composizioni di Di Sarli, Pugliese, Piazzolla, accelerando il mio viaggio interiore. Un giorno mi propongono di scrivere un testo di tango, per un concorso. Lo scrivo, senza inviarlo. Da quella poesia (“Per l’Argentina”), da ciò che stavo elaborando in me, nasce “Dieci passi di Tango”. Nella vita, come nel Tango, da un “vuoto”, possono partire molti cammini.
Ci puoi spiegare perché i passi sono dieci?
Perché su una tela dipingo determinati simboli? Perché faccio un certo sogno? Non lo so! A volte sarà l’Altro a svelarmi il segreto. L’arte, se sincera, è condivisione, dove ognuno interpreta, comprende e svela. Alfredo Moffat, psicanalista e psicologo sociale argentino, dice che nel Tango, vi sono quattro “Ruoli”: il Cantore che confida la perdita dell’Amato, l’Amato perduto, la Causa della perdita (la morte, il rivale in amore…), chi accoglie la confessione. L’Amato perduto rappresenta, sublimato nella poesia, lo smarrimento della propria “Anima”. Questa frammentazione è statica e riflette, a livello simbolico, quella interiore dell’Uomo, esasperata dalla perdita dei riferimenti esterni. Un altro psicologo argentino mi ha detto:”Il tuo dramma rispetta, nello spirito, la tradizione. Ed è un passo avanti poiché in esso i quattro “ruoli” si riuniscono. E’ ciò che vogliamo raggiungere in un percorso di crescita individuale” . Vedi Selin, io non ho prefigurato questo aspetto, eppure il mio percorso personale si è trasferito, inconsciamente e con sincerità, nel libro. E può essere condiviso.
Nel libro stai cercando di esplorare diversi sentimenti tramite i passi del tango, uno di questi è l’amore… Cosa ne dici a proposito?
L’amore, verso l’Amato, la Madre, l’amico, il luogo d’origine, è tema centrale del tango, non l’unico. Ma, ascolta con attenzione! Si coglie sempre, nelle parole e nella musica del tango, la vibrante espressione della nostalgia: dolore per una “perdita” o “lontananza”. Le origini del tango spiegano, sotto l’aspetto storico e psico-sociologico, le ragioni della “nostalgia per un altrove idealizzato”, accesa dal presente sconfortante. Il Tango parla anche del nostro quotidiano rapporto con la perdita o lontananza dell’Amato. Così possiamo commuoverci sino alle lacrime ascoltando le parole di “Adios Nonino”, rivivendo la perdita del nostro genitore. Ma sopratutto, oltre questa superficie pure così intensa, il Tango esprime, in modo delicato, invisibile ai più, sentimenti più forti: lo sgomento di fronte al Vuoto esistenziale, la Paura che ne deriva. Un Vuoto così profondo, esasperato dall’assenza di certezze e riferimenti esterni, da portare il Cantore a “fuggire”, con le sue parole, le sue emozioni, verso la nostalgia. Il protagonista di “Dieci passi di Tango”, in modo più consapevole ed esplicito, ad un tratto dice: <… “Dammi un pieno totale che io possa riempire il mio vuoto assoluto, e non sentire così paura!” Un pieno di Amore. Un pieno di paura, anche. Un pieno di dolore, anche. Qualunque pieno, anche una grande pena, per non sentire la mia stessa pena… >. Tuttavia quest’uomo decide di non fuggire dal Vuoto e dalla Paura. Dell’Amore si toccano in “Dieci passi di Tango”, altri aspetti che mettono alla prova la relazione. Tra tutti, lo scontro tra le Personalità. Soprattutto, si iniziano a suggerire, pur attraverso una forma interrogativa, delle risposte.
“Dieci passi di Tango” è un libro molto poetico, vedo che ti piace esprimerti con i versi che compongono delle bellissime poesie.
Nella poesia la parola risalta con maggior pienezza nello spazio lasciato da una struttura sintattica rarefatta. Il significato si amplia nel suono, nella metrica, o in una cadenza, un ritmo, suscita suggestioni nelle assonanze. Così supera la barriera della logica, comunica immediatamente attraverso l’emozione. Ho istintivamente scritto “Dieci passi di Tango” ascoltando costantemente Tango. Così anche la prosa segue quel ritmo, spesso si destruttura. Caduta la separazione prosa-poesia, alcuni versi raccontano, alcune frasi evocano. Logica e intuizione si integrano, si completano, canto e controcanto tra violino e bandoneon.
Si può mai riuscire a spiegare un Tango con le parole?
La musica, le liriche di Tango, suscitano emozioni così forti, così intimamente personali che non si possono spiegare e che al più si può avere la fortuna di condividere nel ballo, o nel canto, o nell’ascolto, con una persona che le senta altrettanto intensamente. Vorrei che la milonga vorrei fosse luogo di sincera accoglienza, di rispetto ed attenzione. Come tra veri amici, anche se non ci si conosce neppure, poiché nella vita siamo comunque compagni di viaggio. Vorrei il ballo fosse rispettoso, accogliente, senza esibizionismo. Il Tango esprime metafore bellissime del vivere: nell’abbraccio ciascuno è in equilibrio sul proprio asse, entrambi ruotano attorno all’asse della coppia. Se uno perdesse il proprio asse e l’altro cercasse di forzarlo, questo peggiorerebbe solo le cose. Per entrambi. Quindi: “Cerca e mantieni il tuo asse, e aspetta che l’Altro ri-trovi il suo”. Non sarebbe opportuno anche nella vita? Mi spiace che si associno al Tango l’eros o la sensualità. Vero, c’è chi vi cerca solo un superficiale elemento di “piacevolezza”. Ma anche questo rappresenta una difficoltà nel gestire il proprio Vuoto. E’ una “fuga”.
Quando vedremo “Dieci passi di Tango” nei teatri?
Appena riesco a trovare un produttore, non facile perché sono uno scrittore sconosciuto tra tanti, e perché alla parola “tango” si associa un mondo di adepti, mentre il Tango si rivolge all’umanità intera: accoglie le sue inquietudini, le sue paure, il suo smarrimento. Lo stesso disagio profondo degli emigranti europei di cento anni fa, che oggi viviamo senza neanche dover attraversare un Oceano. Il Tango è vivo, è “ora”.
Il prossimo progetto?
“Dieci passi di Tango”, suggerisce di accogliere il Vuoto, le “ferite primigenie”. Ciò presuppone il ritorno alle proprie origini: quelle dell’infanzia, dove l’Anima è stata per la prima volta ferita. Piuttosto che verso “l’altrove” il nostro viaggio è verso il “qui” interiore. Fronteggiare il dolore antico anziché seguire ciò che indurrebbe a compiere per compensarlo, non è facile né piacevole. Ma libera l’Anima dalla Paura, dall’inquietudine. Dicono: “Solo le salite portano in alto”. Grazie Selin, per aver accolto il mio sentire.

Il libro è distribuito in formato e-book su tutti gli e-book stores (Apple, Amazon etc.).
In formato cartaceo, SOLO da Feltrinelli. Va ordinato, o sul sito di Feltrinelli, o presso le librerie, perché è un “print on demand”. diecipassiditango@libero.it o a.sardi@libero.it

LA DIGNITA’ DI BERLUSCONI: “SONO INNOCENTE, SE CONDANNATO VADO IN CARCERE”

AlessandrosallustiIl verdetto per il processo Mediaset è atteso per domani, Berlusconi lo aspetta con assoluta calma ripetendo la sua innocenza  mentre nell’aria politica c’è agitazione per ripercussioni che potrebbe avere una sua condanna definitiva, il direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti mi ha spiegato alcuni dei “perché” molto importanti di questa vicenda intricata. L’ascoltiamo.

PERCHE’ ANDARE IN CARCERE E’ MEGLIO CHE STARE A CASA

“Carcere è un valore simbolico, produce una sofferenza fisica per cui mette chi ti ci ha mandato di fronte alla responsabilità di quello che ha fatto, invece gli arresti domiciliari, nella percezione comune… Uno dice va bene, casa sua… Invece la perdita della libertà è una violenza a prescindere da dove la sconti. Io ho provato gli arresti domiciliari, sono umilianti, mortificanti, perché in realtà nessuno può entrare in casa, non puoi comunicare con esterno. Se hai bisogno di qualcosa devi chiedere… -io vorrei andare in farmacia…-devi chiedere al giudice, giudice ti può dire sì o no, quando vuole come vuole. E’ molto più umiliante gli arresti domiciliari che il carcere. Il carcere ha una sua dignità, mi hai voluto mandare? Eccomi sono qui, è come se Gesù Cristo non fosse finito in croce. E’ quasi una vigliaccata quello di dire “no io ti mando ai domiciliari, sei a casa”, ma non è vero, non sono più libero. Dal punto di vista psicologico è peggiore, perché toglie l’egoismo di quello che stai facendo di quello che stai subendo. Mi hanno preso in giro, anche sui giornali, “non faccia la vittima” la mia compagna era On.Santanché, ha una bellissima casa, la casa della Santanché cosa vuoi di più. Non è così. Tanto vero che io sono evaso, non evaso per andare a scappare, evaso per andare in carcere. Perché devi mettere questi magistrati che usano una giustizia in questo modo così violento e non uguale, di fronte alla vergogna di quello che hanno fatto.”

Anche la sua condanna era inaccettabile…

“Inaccettabile per due motivi, il primo perché sulla sentenza c’è scritto che sono delinquente abituale. Uno può scrivere che io sia un pirla abituale, scema abituale, si può discutere, ma delinquente a casa mia è una parola che ha un valore… Se fermano mio figlio per strada e gli dicono tuo padre è un delinquente, lui non può dire non è vero perché è scritto sulla sentenza dello Stato, non può querelarli, lo Stato ha detto che io sono un delinquente. E questo mi ha ferito tantissimo.

La seconda cosa che tutti noi siamo uguali davanti alla legge, ma la legge deve essere uguale con tutti noi. Mi hanno definito delinquente abituale quindi ho perso i benefici di legge e sono stato condannato. Era la settima condanna per omesso controllo. Se ci fosse una legge che dice alla settima condanna sei delinquente abituale quindi perdi, uno dice va bene sarà una legge pazzesca sarà uno Stato non liberale però questa è la legge, ma invece non c’è una legge che dice questo. Perché il direttore della Corriere della Sera ne ha 24 di condanne, il direttore della Repubblica ne ha 28, Travaglio ne ha 11 allora perché io alla settima sono delinquente abituale e quello là alla ventiquattresima no? Perché questo è il giornale di Berlusconi.”

C’è qualcosa che non torna…

“Nel processo che andrà in sentenza definitiva il 30 luglio ci sono due cose che non tornano. La prima è che  proprio per far scattare lo stesso meccanismo che è scattato su di me, cioè per dare una condanna alta che implicasse automaticamente la sospensione dai pubblici uffici da quindi decade da senatore non può più essere eletto, hanno dovuto definirlo “evasore fiscale abituale”. Questo è un aggravante per cui scatta la pena di sospensione dai pubblici uffici per 4 anni, allora io mi chiedo perché e come mai l’uomo che per 18 anni ha pagato più tasse in Italia, è al primo posto come contribuente e in questi 18 anni ha versato 9 miliardi di euro di tasse, può essere definito “evasore fiscale abituale”? Tu puoi dire che il primo contribuente d’Italia ha evaso le tasse, ma non puoi dire evasore fiscale abituale.

La seconda cosa, in effetti, su quello pasticcio dei transazione dei pagamenti dei film dall’America all’Italia sono stati combinati dei pasticci e Mediaset all’epoca, prima che fosse aperta l’inchiesta, ha licenziato due manager perché li ha beccati a fare dei pasticci e li ha presi e li ha buttati fuori dalla porta. A Berlusconi cosa viene imputato? E’ vero che tu hai licenziato i tuoi manager, però tu non potevi non sapere cosa facevano i tuoi manager. Tra l’altro in un momento in cui lui non aveva la responsabilità giuridica, era Presidente del Consiglio, non era sostanzialmente a capo dell’azienda. In Italia quando vengono scoperti i pasticci nelle piccole e grandissime aziende, non è che viene preso il presidente dicendogli tu non potevi non sapere per cui tu vai in carcere, viene preso il colpevole e viene processato il colpevole. Perché Berlusconi deve essere l’unico capitano d’industria che non poteva non sapere? Se la legge dice che il capitano d’industria non può non sapere, vuol dire tutti i capitani d’industria non possono non sapere. Il Presidente di Banca Intesa che si chiama Bazzoli, il Presidente di Fiat che si chiama Elkann, che si chiama Agnelli, il Presidente del Gruppo De Benedetti che si chiama De Benedetti dovrebbero andare tutti in galera, perché nei loro gruppi sono successi dei pasticci come succedono nel tutti i gruppi del mondo. Queste due anomalie, cioè che viene definito l’evasore fiscale abituale il primo contribuente d’Italia,  e il fatto che l’unico imprenditore che non poteva non sapere cosa stavano combinando i suoi manager… Queste due cose messe insieme mi fanno avere la certezza che questo è un teorema che è costruito semplicemente per mandare Berlusconi in galera.

Non c’è giustizia se la legge non è applicata nello stesso modo nei confronti di chiunque. Se io e te lasciamo la macchina in divieto di sosta, stessa macchina nello stesso punto alla stessa ora provocando lo stesso disagio, a te danno 30 euro di multa, a me ritirano la patente e la macchina, mi mettono in galera, non è giustizia, o tutti i due 30 euro o tutti i due in galera, allora è giustizia. Può essere una giustizia feroce o sbagliata ma il presupposto della giustizia che tutti vengano trattati nella stessa maniera.

34 condanne in 18 anni non le ha subito nemmeno il capo della mafia. Il numero dei processi è l’indice dell’accanimento giudiziario verso di lui, gli sono andati addosso per ogni cosa, hai fatto questo è reato, quindi processo. Al Capone non ha subìto 34 processi, Toto Riina non ha subìto 34 processi. Ce la mettono tutta per riuscire a condannarlo, ancora non sono riusciti a farlo, e secondo loro il motivo di questo che i reati erano andati in prescrizione, ma non è vero. Se i reati erano così evidenti, non potevano andare in prescrizione. Le loro accuse sono dei teoremi che non si basano su prove e fatti certi. In Italia c’è una grande anomalia. L’Italia non è mai stato un paese normale, nel 1992 quando la Procura di Milano decide di sterminare una classe dirigente con famoso tangentopoli dove i fatti erano prevalentemente veri, dove la magistratura di Milano è diventata inaffidabile e inattendibile perché le tangenti del sistema politico c’erano in tutto il sistema politico, la magistratura di Milano ha arrestato quindi delegittimato ucciso politicamente, e alcuni anche fisicamente si sono sparati sono morti in carcere, soltanto due dei tre attori politici di quelli anni, il partito principale era Democrazia Cristiana, il secondo era Pci Partito Comunista, il terzo era Partito Socialista. Democrazia Cristiana e Partito Socialista erano alleati per tenere Pci fuori dalla stanza dei bottoni, guarda caso la magistratura di Milano ha arrestato e decapitato Dci e Psi e non ha toccato Pci, non solo, ma i due magistrati che hanno fatto questa operazione erano Antonio Di Pietro e Gherardo D’Ambrosio sono diventati deputati e senatori del Partito Comunista che dopo ha cambiato nome PD, il che è molto anomalo. La classe politica nel 92-93 di fronte a questa vergogna pubblica, perché si vergognavano ovviamente dell’avvenuto, cosa fece, rinunciò all’immunità parlamentare, si arrese alla magistratura, dicendo va bene. Perché l’Italia nasce con la Costituzione dopo il fascismo, lo Stato ha tre poteri, potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario quasi come in tutti i paesi. Questi tre poteri devono essere indipendenti tra di loro. Siccome tutti i magistrati che c’erano in Italia nel 48 quando è nata la Costituzione erano magistrati già dapprima sotto il regime fascista, allora si sono detti, ma possiamo fidarci dei magistrati che si sono formati sotto il regime fascista? Possono fare un golpe, con loro potere arrestare tutti i politici e reintrodurre il fascismo, per cui  padri costituenti avevano chiaro che il potere politico doveva essere difeso dal potere giudiziario, tanto è vero che i padri costituenti inserirono l’immunità parlamentare, cioè finché io sono nell’esercizio delle funzioni politiche su mandato del popolo cioè sono eletto  e poi io sia onorevole che sia ministro, per tutto il periodo in cui mi hanno eletto almeno che non mi trovino in flagranza di reato o per particolari reati che hanno previsto tipo strage, omicidio, c’è una serie di reati, i magistrati non possono indagarmi tantomeno arrestarmi, se hanno il sospetto che io sia colpevole di qualcosa quando smetto di essere parlamentare mi possono processare, come è successo in Francia a Chirac e  a Sarkozy si aprono processi, finché sei Presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica o onorevole non puoi essere processato se non per i reati di un certo tipo, per cui la classe politica italiana è stata al riparo dall’incursione della magistratura per diversi anni, nel 92 sull’onda della vergogna rinunciò all’immunità parlamentare quindi dal 92 la classe politica italiana è nelle mani della magistratura che fa esattamente ciò che vuole. Attacca un gruppo, mette sotto inchiesta un gruppo non un altro, mette nel mirino un leader anziché un altro… E’ questa normalità, la separazione dei poteri va ripristinata. Se no c’è un potere dello Stato che prevarica gli altri. Non è possibile, non può essere possibile. Questo è il problema che abbiamo in Italia.”

Potrà mai cambiare?

“Io credo che finché non cambia questo sistema non si ripristinano delle condizioni di democrazia. Il Pdl sono tanti anni che chiede con insistenza di cambiare la giustizia ma per farlo ci vogliono due terzi dei consensi, o tu vinci le elezioni con 60% dei voti o devi chiedere alla sinistra che purtroppo è alleata con magistrati e così non si esce da questa cosa. Tecnicamente è impossibile.”

Centro destra senza Berlusconi? Ci può essere un altro leader come lui?

“Non ci sarà un altro Berlusconi, non esiste un sostituto a Berlusconi, come non esiste un sostituto di Michelangelo o Leonardo da Vinci, l’Italia è un paese liberale che è sempre stato di una maggioranza non di sinistra. Il centro-destra andrà avanti ma Berlusconi è un leader irripetibile.”

DANIELE PECCI

DanielepecciSappiamo che Daniele Pecci è un uomo bellissimo e anche un attore molto abile, che ha fatto girare la testa a tantissime donne quando l’abbiamo visto in “Orgoglio” e ci ha meravigliato con la sua bravura nel ruolo di un uomo omosessuale nel film “Mine Vaganti” di Ozpetek. Al momento è impegnato al Teatro Greco di Siracusa fino al 22 giugno con Edipo Re di Sofocle. Ed è stato così gentile da accettare la mia richiesta d’intervista nonostante i suoi impegni al teatro.

 Hai raggiunto il picco della popolarità con la televisione, soprattutto con “Orgoglio”, e dopo diverse fiction sempre con successo. Che ruolo ha avuto la tv nella tua carriera?

La tv ha avuto il fondamentale ruolo di farmi conoscere al grande pubblico. Solo così sono potuto tornare al teatro da protagonista.

 Hai un viso da “buono”, è un ostacolo nel scegliere i ruoli o riesci a convincere i registi per variare? Il ruolo di “omosessuale” nel film “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek ti stava a pennello, anche se noi “donne” non riusciamo a immaginarti omosessuale, quindi era una bella trasformazione da attore. Come decidi a interpretare un ruolo?

Ho un viso buono ma riesco a farci discretamente anche i cattivi. Piano piano li convinco. Anche al cinema. La trasformazione nel ruolo del gay è come tutte le trasformazioni; ci arrivo attraverso l’osservazione e l’immaginazione. 

 Quando hai capito che nella vita avresti fatto l’attore?

A 16 anni, dopo un corso di teatro alle scuole superiori.

 I ruoli che interpreti quanto ti modificano di carattere? Sono gli attori che portano al carattere quello che hanno acquisito nella vita o a volte anche un personaggio interpretato potrebbe modificare il carattere di un attore? 

Indubbiamente vi è uno scambio. Siamo influenzati dalla scrittura e dai personaggi, e nella nostra interpretazione noi influenziamo loro.

 Hai degli obiettivi prefissati per la tua carriera o prendi le cose come vengono?

Ho degli obiettivi solo per ciò che riguarda il teatro. Il cinema e la tv lascio che arrivino.

 Che idea hai della Turchia? In Turchia c’è un boom delle fiction, se ti offrissero una fiction turca, accetteresti? 

So che è un grande paese, e che Istanbul è stupenda. Spero di andarci presto, magari anche per lavoro.

 Ci parli dell’Edipo Re al Teatro di Siracusa fino al 23 giugno. Che esperienza stai facendo? Qual è più eccitante per un attore, set cinematografico o palcoscenico?

L’Edipo Re di Sofocle a Siracusa con un cast di 74 attori è senz’altro uno fra i due, tre ruoli a cui un attore classico possa aspirare in tutta la sua carriera. È un’emozione molto particolare che deriva dalla responsabilità della tradizione, del luogo e del pubblico numerosissimo. 7000 persone a sera. È un grande privilegio per me, e senz’altro il punto più alto della mia carriera d’attore teatrale, fino a questo punto.

TERIM MANDA BACI A FIRENZE

Intervista Fatih Terim“Ricordi straordinari. Bel gioco e spettacolo”

TRATTO DA  “LA NAZIONE” di 6 aprile 2012 di SELIN SANLI

L’imperatore: “Torno spesso in città, ho tanti amici”

Un’idea interessante: “Spero di venire presto a giocare col Galatasaray contro la squadra viola”

Dici FATIH TERIM a Firenze e si illuminano: un calcio spettacolare, tanti gol e partite indimenticabili contro il Milan. L’imperatore ha allenato anche i rossoneri, dunque è un doppio ex della partita di oggi.

Come ricorda il suo periodo italiano?

“Ho vissuto giorni bellissimi specialmente a Firenze, e anche a Milano insieme alla mia famiglia. Ho instaurato amicizie che durano tutt’oggi. Lo ripeto da dieci anni che l’Italia soprattutto Firenze è la mia seconda casa. Sono molto legato a Firenze. Ci torno volentieri, appena posso”.

Anche se non ha avuto un’esperienza lunga con la Fiorentina, i tifosi viola la ricordano con tanto entusiasmo. Qual è il motivo di questo amore?

“Innanzitutto è amore reciproco, è scattato sin dal primo giorno ed è cresciuto sempre più grazie al bellissimo gioco della squadra e ai successi”.

Cosa ha imparato dalla sua esperienza in Italia?

“Ho avuto l’opportunità di seguire il calcio italiano da vicino, quindi ho fatto nuove esperienze. Questo è molto importante per un direttore tecnico in termini di crescita professionale”.

Cosa pensa di Milan-Fiorentina di oggi?

“Le partite sono sempre state bellissime e combattute. Anche se non è un derby, è sempre stata una partita giocata con uno spirito molto competitivo. Il Milan vorrà preservare il suo vantaggio in classifica, invece la Fiorentina cercherà di non perdere i punti per non peggiorare la sua posizione in classifica, quindi sarà una partita molto difficile e importante per tutte e due le squadre”.

La Fiorentina sta vivendo un momento molto delicato, ha qualche consiglio?

“Ogni squadra grande o piccolo che sia, può avere periodi o vivere stagioni difficili. Per uscirne fuori, la soluzione migliore è che ci sia unità dentro la squadra, e che la squadra sia unita con la società e i tifosi. Se penso ai fiorentini e all’amore che nutrono per i viola, sono sicuro che la Fiorentina supererà questo momento difficile”.

Abbiamo chiesto ad un tifoso viola perché ancora vuole tanto bene a Terim, e ha risposto: “Perché quando c’era Terim la Fiorentina ha dato spettacolo, ha giocato il miglior calcio della sua storia”. Cosa ne pensa?

“Questo apprezzamento è una delle cose più belle che un direttore tecnico può ricevere, ovviamente mi rende molto felice”.

L’ad della Fiorentina Sandro Mencucci la saluta e dice che vorrebbe un’amichevole tra Galatasaray eFiorentina .

“Avevamo progettato questa amichevole l’estate scorsa ma le squadre avevano impegni diversi. Ci tengo a questo progetto, per me tornare a Firenze è sempre un’emozione grande”.

Intervista integrale a Beppe Grillo

Paola Saluzzi

Paolasaluzzi1

Paola Saluzzi è una giornalista in gamba lo sappiamo sennò non la guarderemmo tutti i giorni da lunedì a venerdì su SKY Tg 24. Paola è una bellissima donna, dolce, molto umile e profonda. Non la sto ungendo credetemi. A volte quando la gente è famosa, comincia a pensare di essere “superiore” agli altri e quindi si comporta diversamente. Io sono una giornalista turca, non conosciutissima ma conoscitrice d’Italia e degli italiani e il mio dovere è fare da ponte tra i lettori e i vari personaggi dei vari settori.  A volte ricevo dei no per le interviste, quando invece la mia richiesta viene accettata questo perché la persona che ho davanti è umile e ha voglia di collaborare tramite me con il suo pubblico, poi quando scoprite che il personaggio intervistato a parte essere umile è anche profondo, allora lì comincia la festa. Perché il semplice chiacchierare diventa un viaggio nel suo mondo che immaginavate diverso, conoscere Paola Saluzzi è stato un vero piacere, è talmente positiva che al momento del commiato ero triste. Prego, ascoltiamo Paola.

Ha una carriera che procede molto bene. Lei è una bella donna, intelligente, e simpatica. In questo momento è dove voleva essere cioè si sente già arrivata o ha altri traguardi da raggiungere? Quali?

 Molto gentile, grazie per i complimenti. Altrettanto, non per carineria ma ricambio, se sul sito c’è anche una foto della giornalista, le persone sanno che dico la verità. In questo momento mi trovo nel posto in cui mi vorrei trovare. Sky tg24 soprattutto per il momento storico che sta vivendo in particolare il mio paese, mi garantisce una presenza sulla notizia. Chiaramente non mi riferisco solo al mio paese siamo per fortuna globalizzati da questo punto di vista quindi intendo dire qualsiasi notizia che riguardi il mondo passa per un telegiornale. Che cosa rappresenti questo? Questo è il raggiungimento di un ottimo risultato di un lavoro iniziato in realtà cinque anni fa, anche con qualche timore anche perché io non avevo mai lavorato dentro di un telegiornale. Avevo lavorato in un telegiornale sportivo che è un’altra cosa. Se questa sia la mia casa definitiva, cioè all’interno del tg, se il mio lavoro tra virgolette si stabilizzi qui? La risposta è no perché sempre all’interno di questo telegiornale vorrei riuscire ad ampliare ancora di più. Le porto un esempio fino a un anno fa io facevo un programma di un’ora e mezza, ora il programma è passato a due ore, fino a un anno fa eravamo in uno studio più piccolo, ora siamo stati promossi in uno studio più grande. Perché facciamo ascolti alti. Quindi cerco di rilanciare sempre più in avanti il cuore oltre l’ostacolo. Amo il mio lavoro.

 Suonerà un po’ banale forse ma se dovesse scegliere tra amore e lavoro, per quale opterebbe?

 Non è per niente banale, questa è una domandissima! Ho avuto delle delusioni d’amore credo come molte donne e molte persone a questo mondo, non ho mai avuto delusioni da lavoro. Quindi credo che cercherei di rispettare all’esigenze dell’amore, forse potrei rivedere il mio lavoro a livello di quantità di ore. Ma dovrebbe essere proprio un grande amore quindi spero di trovarmi presto di fronte a questa necessità.

 Come si fa carriera in televisione? Merito? Fortuna? Giuste conoscenze detto raccomandazione?

Metto al primo posto comunque la buona sorte, la fortuna. La fortuna di incontrare la persona giusta nel momento giusto. Io ho avuto come tutti anche delle disavventure sul lavoro, ho trovato però molte volte le persone migliori nel momento migliore. Io lo chiamo l’aiuto del buon dio. Se vogliamo, lo chiamiamo la fortuna e a questo va aggiunto immediatamente il talento, ma prima ancora del talento viene la voglia di studiare. Studiare, studiare, studiare, vedo che Lei ha preso degli appunti per intervistarmi è la dimostrazione di una cura nei confronti di un qualsiasi argomento che tu vada a trattare quindi sarai capace di lavorare se studierai molto, intendo dire proprio molto, tanto tanto tanto. Questa rimane e continua a rimanere un’ottima regola. Le raccomandazioni? Mi piace molto di più il principio che c’è negli Stati Uniti, intesa come l’indicazione di una persona in gamba attraverso uno evidentemente in grado di poter dire ”dai un’occhiata a quel ragazzo” in America questa è vista come una segnalazione non come la bieca raccomandazione. Io sono incorsa in un incidente di questo tipo quando non avevo più lavoro, è stata una storia sfortunata, me la sono cercata credo sia meglio non cercare le raccomandazioni e credo che sia meglio andare a parlare con le persone importanti del settore che interessa in maniera molto franca e dire “se tu punti su di me come cavallo, hai già vinto”. Devi essere molto bravo tu a saperli parlare e farli capire che se scelgono quel cavallo di razza sono già piazzati fra i primi per il gran premio.

 La vedo sempre molto ottimista e gentile con tutti. Su Twitter sparge una positività che Le fa da calamità di spettatori. E’ di carattere così o ha letto molti libri di legge dell’attrazione?

 Sono contentissima di questa domanda. Questo è di carattere. Tutta questa cosa molto bella che mi ha detto Lei e mi rende molto felice la devo interamente a  mia mamma che ho fortuna di averla ancora. Oggi la mia mamma ha ottantatré anni li deve compiere tra poco. La mamma è un vulcano di positività, è una donna che mi ha insegnato il valore del sorriso. Stamattina ci siamo svegliati, non c’è il sole? Pazienza, sopra le nuvole sicuramente troveremo il modo per far andare bene la giornata. Questo non piace sempre a tutti, però io sono così. Parlo di una positività diversa, non stupidamente, so che a volte una persona molto positiva ti secca anche un po’. Le porto un esempio, un paio di anni fa mia sorella aveva comprato una macchina nuova e non ha visto il muro e ha preso la fiancata, ha rigato non ha visto il muro. Il mio primo pensiero è stato: ” Va bene Raffaella dai anche la carrozzeria ha una famiglia, diamo lavoro anche ai carrozzieri” mia sorella mi ha detto: ”Basta con quest’ottimismo, sei sempre troppo positiva!“. Io su twitter sono capace di fare anche delle solenni discussioni ma parto di base di pensiero positivo, un buongiorno detto con carica è un’altra cosa! Le faccio un esempio, il film “Miracolo a Milano” un film di grande maestro di Vittorio de Sica, un film favola in cui in un gruppo di barboni Clochard arriva un ragazzo che insegna a questa gente che si parte da “buongiorno” per risollevare proprio i problemi. E’ un film di tanto tempo fa, deve assolutamente vederlo, anzi glielo farò avere io se me lo permette e se vogliamo andare ad un altro film “La vita è bella” di Roberto Benigni ha la stessa positività. Io l’ho ereditata questa caratteristica, non è un mio merito. Io lo accresco questo sì tutti i giorni e non me ne importa niente di risultare positiva, lo sono se piaccio bene, se non piaccio pazienza.

 Noi donne ci teniamo a essere sempre belle e giovani, Lei ci riesce molto bene, veramente complimenti! Vorrei sapere se ci sono piccoli segreti che può condividere pubblicamente?

 Li condivido con molto piacere. Primo fra tutti tenere un buon regime alimentare, che non è una dieta ferrea ma mangiare sempre bene e sano. Come si fa? Mangiando di tutto ma senza esagerare, colazione da re, pranzo da principe e cena da povero. Per le cure del viso io faccio le sedute di ossigeno iperbarico, è ossigeno che attraverso una piccola penna viene spruzzato sul viso su ogni poro con delle vitamine, poi è molto importante struccarsi tutte le sere e aiutare la pelle con olio di argan. Consiglierei a tutte di mettere una buona protezione alta sul viso tutti i giorni e occhiali da sole sempre! Botox l’ho fatto una volta, e non mi sono trovata bene, mi sono sentita fissa, ferma! Chi fa un lavoro di primo piano deve esprimere qualcosa con il viso, se il viso è fermo, non esprimi niente. Se dovessi farmi un lifting un domani? Non lo so, ma so che avrei una grandissima paura. Oggi ci sono tanti altri metodi buoni e non invasivi per il mantenimento della pelle, io preferisco quelli e metodi naturali. Inoltre l’acqua è indispensabile per la pelle, io porto con me le bottigliette più piccole, perché vanno giù più facilmente e bisogna berne due litri come minimo ogni giorno. Per ultimo fare movimento! Io nuoto mi piace molto. Tutto questo è fattibile da tutte!

 Con le donne che rapporto ha? Solidarietà o invidia, quale prevale?

 Solidarietà che a volte dà anche noia ad alcune, a volte mi chiedono “perché fai tanti complimenti?” io penso che se la persona è bella e simpatica non può dare fastidio. Monica Bellucci e Nicole Kidman sono due donne molto belle e simpatiche, ho conosciuto tutte e due e dico quello che ho visto. Chi è simpatica automaticamente diventa ancora più bella. Una donna non deve mai avere paura di dire “Che bella!” per un’altra. Se poi la bella fa altezzosa e si gira dall’altra parte, è affari suoi. Vuol dire che ha perso un’occasione.

 Che idea ha della Turchia?

 Sono stata in Turchia una volta grazie a una crociera e ho passato il Bosforo alle 6 del mattino circa dieci anni fa. Ho imparato ad amare ancora di più il vostro paese attraverso le poesie di Hikmet del quale ho tutti i libri pubblicati in italiano. Amo la Turchia non solo per le poesie d’amore che ha scritto Nazim Hikmet ma anche per la descrizione che lui ha fatto dei suoi luoghi e del suo popolo, amo vostro paese per la forza con la quale Hikmet ha descritto una terra che io non conosco. Ho visto una città nella quale mi avrebbe fatto piacere rimanere molto di più, Istanbul. Ho visto Moschea Blu che è splendida. E’ una terra che vorrei visitare, conoscere, capire perché una grande porta tra l’Oriente e l’Europa. La Turchia per me è il legame con questo poeta. La Turchia è da conoscere, da capire. A volte rischiamo di rimanere chiusi in una cartolina, io penso che meglio vivere quel posto che solo vedere. Molti anni fa vennero fermati i turchi che stavano arrivando in Europa, oggi siamo noi L’Europa che dobbiamo andare verso la Turchia per farla entrare nell’UE con molta fretta, perché la storia si ribalta. Oggi è 25 aprile e ci sono tantissimi turisti tedeschi a Roma mentre il 25 aprile 1945 non c’erano.  Quindi solo la Turchia così occidentale nella modernità e devo sottolineare che l’occidentale non è sempre sinonimo di un complimento, può fare da interprete tra i due mondi. Il mondo ha solo un grande pericolo, la guerra di religioni, allora serve un ponte tra Oriente e Occidente.  Io sono ambasciatore di Unicef e ho viaggiato molto quindi lo dico con cuore. Dobbiamo mantenere i giusti rapporti con ogni paese. Serve un grande interprete tra l’Oriente e l’Occidente e la Turchia è il ponte ideale.

 Una sua giornata tipica lavorativa?

 Mi sveglio generalmente alle 6.30, non più tardi. Mi sveglio con la radio e mi sveglia la mia gattina Caterina, è una gatta metà angora e metà birmana, morbida, un batuffolo. Faccio una colazione molto ricca, bevo latte di soia con dentro un po’ di caffè, mangio almeno sei o sette fette di pane integrale con marmellata senza zucchero. Perché le cose zuccherate non mi piacciono, in più penso che sia meglio per la carta d’identità abbassare i livelli di zucchero, poi mangio una mela e uno yogurt. Poi la doccia e mi metto nel traffico di Roma. Anche lì mi comporto da ottimista, ascolto la radio 24 mi piace molto il modo in cui dà le notizie, metto gli auricolari e parlo con gli amici. Dalle 9.30 del mattino fino alle 17.30 sono al lavoro. Poi c’è la decompressione, intesa come fermare tutto e tornare a casa. Io sono iperattiva e pigra. Per non subire le conseguenze da poco ho iniziato a nuoto, e mi piace molto perché stacchi da tutto.  Ad un certo punto hai bisogno che il cellulare non squilli più soprattutto per chi fa un lavoro come nostro. Ed è molto importante. A volte vado a cena con gli amici. Momentaneamente sono single, sono stata sposata e divorziata. Non tutte le ciambelle riescono bene! E momentaneamente penso che sia bene aspettare un bell’amore!

 Io auguro con tutto il cuore tutto quello che vuole alla bella Paola, dopo un paio di giorni ho ricevuto un sms in cui diceva che aveva trovato il DVD del film di De Sica e mi chiedeva di chiamarla quando sono a Roma. Questo per dirvi quanto è sincera!

 

BRUNO VESPA

brunovespa15Bruno Vespa è un giornalista molto seguito e rispettato, ormai fa parte della vita quotidiana di ogni italiano con il suo programma “Porta a Porta” in onda su Rai Uno. Dott. Vespa fosse rispettabile lo sapevo, ma si è dimostrato anche molto umile concedendomi un’intervista alla Rai dove stava preparando una puntata molto impegnativa del suo programma. Ha una voce molto bella e si fa ascoltare volentieri anche per questo, molto simpatico e gentile come gli altri collaboratori del suo programma. Abbiamo parlato della politica e ha dato qualche consiglio anche ai giornalisti esordienti.

E’ diventato giornalista per scelta o per caso?

Per scelta naturalmente. All’età di sedici anni, il caso ha voluto che mentre frequentavo il circolo del tennis nella mia città, un ragazzo più grande di me mi ha detto: “Perché non vieni a collaborare con me al giornale?” e allora sono entrato e non l’ho più smesso.

Lei è sempre sotto pressione, quando si prende due giorni di relax che cosa ama fare?

Io amo fare tutto nel senso mi piace il mare, mi piace la montagna, mi piace la campagna, quindi vado al mare, vado in montagna, vado in campagna. L’Italia è talmente bella che c’è da scegliere.

Secondo Lei quali saranno le prime tre mosse del prossimo primo ministro?

Guardi, credo che ci sia un’emergenza economica, quindi penso prossimo governo cercherà subito di dare dei soldi agli italiani e di alleggerire le tasse, probabilmente. Non è facile ma probabilmente sarà questo… E’ la cosa più attesa onestamente.

Di che argomento tratterà il suo prossimo libro?

Il mio prossimo libro farà un viaggio abbastanza personale dal momento in cui sono nato fino al momento in cui uscirà il libro però, visto in chiave molto personale.

Che cosa ne pensa del Movimento 5 Stelle?

Un movimento importante visto che ha preso il 25% dei voti, ho la sensazione che alcuni voti siano frutto di un equivoco  nel senso che Grillo secondo me è un movimento di sinistra radicale, nonostante abbia anche degli atteggiamenti tipici della destra. Molta gente ha votato senza capire esattamente che cosa fosse. Infatti, credo che progressivamente perderà un po’ di voti ma resta comunque un movimento importante.

Perché perderà i voti progressivamente?

Perché intanto chi aspettava Grillo per condizionare il potere ha visto che per esempio Grillo ha perso l’occasione di eleggere il capo dello stato con il centro sinistra e anche di fare un governo con il centro sinistra. Questo non è piaciuto ad alcuni evidentemente, e poi molti elettori di centro destra hanno capito che Grillo è di sinistra e quindi non lo voteranno più.

Che cosa succederà nel PD? Secondo Lei Bersani dove ha sbagliato?

Ha sbagliato secondo me nell’insistere troppo con Grillo per fare un governo. Aveva il diritto di provarci ma era chiaro fin dall’inizio che Grillo non avrebbe accettato, allora avrebbe potuto smettere prima.

Che futuro vede Lei per Berlusconi?

Berlusconi è resuscitato varie volte. Questo dipende da quando si vota, se si vota presto ed io spero che non si voti presto, Berlusconi correrebbe ancora per la presidenza del Consiglio, ma io spero che lui faccia ”padre nobile” del centro destra con un ruolo sempre molto importante.

Lei sa bene che ad un giornalista esordiente viene offerto 10 Euro per un articolo, secondo Lei come si deve comportare il giornalista per affermarsi?

Senta all’inizio si accontenti anche di 10 euro, io ho cominciato gratis. Ho avuto uno stipendio di 5.000 lire che era molto molto poco quando io ho cominciato nel 1960. Molti lavorano gratis, molti continuano a lavorare gratis, poi se il giornalista vale, andrà avanti. So che c’è molto sfruttamento ma credo che migliorerà.

24.04.2013

IL GUAITO DELLE GIOVANI VOLPI

CoverGuaitoE’ un libro degno del suo titolo che fa riflettere su un tema che a mio avviso “non dovrebbe neanche esistere”, purtroppo è ispirato ad una storia vera. Spero che questo racconto riesca ad aprire una finestra tanto grande per far capire a tutti quanto è naturale amore e quanto è insensato estremismo. E’ uscito all’inizio dell’aprile e verrà presentato alla Fiera del Libro di Torino. Un racconto asciutto, una storia veramente emozionante che fa anche pensare. Per questo motivo ho intervistato lo scrittore Patrizio Pacioni che è al suo dodicesimo libro.

Dopo aver letto questa storia, mi sono sentita male, proprio male. Complimenti vivissimi! Come ha fatto a descrivere un mondo che a Lei dovrebbe essere così estraneo?

Confesso che è una sensazione singolare quella di ricevere complimenti da chi, per colpa mia, è rimasto turbato da percorsi e dettagli narrativi a volte (lo ammetto) piuttosto crudi, ma capisco benissimo il senso dell’affermazione: le emozioni sono ciò che rendono l’essere umano unico, guai a chi è immune dal provarne! Venendo a questo primo quesito, rispondo che è preciso dovere di uno scrittore cercare di conoscere a fondo ciò che ha intenzione di narrare e, laddove non riesca ad arrivare con la mente, devono essere l’anima e la fantasia a esplorare l’incognito. Tra l’altro non credo che ci sia poi una così grande distanza tra due mondi appartenenti a popoli che, a ben vedere, si bagnano nello stesso mare, non solo fisicamente. Per avvicinarmi ancora di più mi sono documentato, ho letto molto, ho avuto modo di parlare a lungo con persone che hanno avuto la cortesia e la pazienza di raccontarmi quotidianità e radici dei loro Paesi: amici cui devo molto e che, in fondo al romanzo,  ringrazio con riconoscenza.

Nel libro c’è una storia d’amore dolcissima, ma ci sono anche temi come razzismo ed estremismo. Quanto influenzano questi due concetti il mondo contemporaneo?

L’Amore è sorgente di ogni valore positivo, autentico e potentissimo motore di vita. Un dono di Dio, raro e prezioso che, purtroppo, non è però indipendente dal contesto in cui si trova a nascere e a svilupparsi. È come un fiore, che sboccia in un campo irrigato e inquinato da contrasti ideologici e conflitti, in un ambiente ostile nel quale, molto spesso, si preferisce urlare e aggredire, piuttosto che confrontarsi serenamente: a volte riesce a svilupparsi rigoglioso, nonostante tutto, irradiando luce e colori ed emanando il suo ineffabile profumo. A volte invece, purtroppo, finisce per rimanere soffocato da rovi spinosi d’intolleranza e di odio, sempre più aggressivi.

Perché si è ispirato ad una storia del genere? E’ un fatto personale?

Di solito capita che le storie nascano spontaneamente nella mente, frutto di una elaborazione e rielaborazione mentale inintelligibile, di un processo creativo misterioso. Nel caso de “Il guaito delle giovani volpi”, però, è accaduto qualcosa di profondamente diverso. Quando si diffuse la notizia dell’uccisione della giovane pakistana Hina Saleem a Sarezzo, proprio nella zona di Brescia, ne rimasi colpito in modo straordinario; anche perché, praticamente da sempre, quello della violenza sulla donna, di qualsiasi tipo e di qualsiasi derivazione, è un tema al quale mi sento particolarmente sensibile e che ho già trattato in Mater, un romanzo al quale sono particolarmente affezionato. La prima reazione fu quella di scrivere una specie di instant-book, raccontando una storia che potesse estrarre dalla mia coscienza e riversare al mio pubblico “a caldo” le devastanti emozioni che mi travagliavano in quel momento. Ben presto, però, mi resi conto che un tema come questo meritava un maggiore approfondimento, così decisi di mettere a freno l’impulsività, costruendo qualcosa di più solido e meditato. Non per questo meno visceralmente sentito e spontaneo, però.

In quanto autore, quando sente il bisogno di fare diventare una storia un libro?

Io credo che le “storie” (a parte forse proprio il caso de “Il guaito delle giovani volpi”, come detto prima, siano come buon vino messo a fermentare: vengono introdotte nella mente dello scrittore, che spesso ne è inconsapevole,  da una situazione, da un incontro, dall’osservazione di questa o quella persona. Poi restano lì, a macerare nel magazzino delle memorie e dell’anima per mesi o per anni, finché non arriva il momento in cui bussano prepotentemente chiedendo di essere esplicitate e tradotte in parole. Tanto per fare un esempio è da anni che ho in mente un certo progetto narrativo  che vorrei trasformare in romanzo: è laggiù, in fondo al cassetto, ma quando sto per tirarla fuori, ecco che un altro “qualcosa” passa avanti e ne prende il posto. Per fortuna si tratta di faccende in cui ho imparato ad avere pazienza, verrà anche il momento giusto anche per quella storia.

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, segnatamente degli extra-comunitari?

Non a caso, parlando di questo romanzo, metto l’accento sul binomio integrazione / integralismo / che, a pensarci bene, sono le facce opposte di una stessa moneta. La mancata di integrazione nel Paese in cui si trasferisce un emigrato dipende spesso, in larga misura, anche dalla mancata accettazione da parte della comunità di accoglienza. In poche parole, il non sentirsi parte di un nuovo tipo di società spinge gli individui più smarriti a cercare aggregazione e protezione nei valori più tradizionali della propria terra d’origine che, nell’isolamento, fatalmente tendono a radicalizzarsi. Detto questo, che anche in Italia ci sia diffidenza in certi strati sociali e in certe ben determinate plaghe geografiche nei confronti dell’emigrazione è fenomeno che non si può negare. Del resto qualcosa di analogo già si verificò nel mio Paese allorché, con prepotenza, cominciarono a  muoversi massicce correnti migratorie interne, lungo l’asse sud-nord. È noto che ci sono due ordini di motivazioni alla base di un certo tipo di xenofobia para-razzista: il primo è costituito dalla preoccupazione nutrita dagli strati più alti della società che possa verificarsi una qualche turbativa a un ordine di rapporti di forza che si vorrebbero cristallizzati per sempre per quel che sono. Dall’altro, dalla parte opposta della scala sociale, il timore che i nuovi arrivati possano sottrarre lavoro a medio-basso livello di specializzazione. L’Italia non fa eccezione a questa regola ma, a mio avviso, col passare del tempo, sia pure lentamente, l’idea che si possa arrivare a una maggiore mobilità interraziale si sta facendo strada. Da parte mia mi auguro che questo processo possa andare avanti il più velocemente possibile, ma con un’attenzione e una prudente progressività tali da non creare, nell’interesse di tutti, movimenti troppo turbinosi.

Aveva già amici stranieri o l’idea di questo libro l’ha avvicinata agli stranieri?

Premetto che, dal punto di vista personale, la parola “straniero” è un vocabolo che uso solo raramente e con grande riluttanza, dal momento che non credo che sia la nazione di provenienza di un uomo o di una donna a poter costituire una barriera. Mi è “straniero” il violento, il prevaricatore, lo sfruttatore, il disonesto, non altri. Certo, c’è l’ “incognito”, colui che ha una radice culturale e/o religiosa diversa dalla mia; “incognito”, però, può essere anche chi, nell’ambito della stessa nazione, della stessa regione, della stessa città, vive realtà sociali e/o culturali diverse dalla mia, pur essendo un mio connazionale. Più in generale risulta indubbio che le diversità, in certi casi, possono rappresentare un fossato che, però, si può riempire e appianare facilmente, purché ci sia la buona volontà di farlo. Come? Molto semplicemente aprendosi al dialogo, alla reciproca scoperta, a un sereno e arricchente confronto. Ecco, in questo senso posso senz’altro affermare che, causando la necessità di conoscere più in profondità costumi, usanze e credenze differenti dai miei, questo nuovo romanzo mi ha senz’altro avvicinato agli “stranieri”.

Lo scrittore è quello che crea un mondo nuovo o quello che si ispira ai mondi già esistenti?

La risposta non può che essere un duplice sì: un buono scrittore, a mio modo di vedere, affonda i piedi nella realtà, la rielabora con la fantasia e la utilizza come argilla magica, per costruire nuove situazioni, nuovi ambienti, nuovi piani d’esistenza. Chi si limita a descrivere la realtà è un cronista. Chi invece crea solo  mondi alternativi è un poeta. Io, invece, sono uno scrittore, appunto.

Cosa significa scrivere per Lei? E’ un modo di vivere per creare o uno stato mentale dell’avere una storia da raccontare?

È una terapia alle angosce. È lo sfogo per quell’occulto delirio di potenza che coglie i narratori, autorizzati a creare e a distruggere i personaggi delle loro storie, plasmandone a piacere le esistenze. È il mio modo preferito di comunicare al prossimo, a un livello più profondo, idee ed emozioni. È  gioco meraviglioso, è vizio, è costante stimolo alla conoscenza e all’approfondimento.

Alla fine sì, lo confesso: è una vera  e propria ragione di vita

Il libro come è stato accolto? Chi vorrebbe che leggesse il Suo libro? Chi è il Suo pubblico?

L’accoglienza riservata da critica e pubblico a “Il guaito delle giovani volpi” è stata talmente positiva da sorprendere persino me. Pensavo che, dato lo spessore e la complessità del tema trattato, solo una parte dei lettori avrebbe potuto apprezzare pienamente un romanzo di questo genere, ma evidentemente sbagliavo,  e di grosso, anche: sono arrivati (e continuano ad arrivare, sempre più numerosi) giudizi lusinghieri, provenienti da lettori di ogni età, estrazione sociale e livello d’istruzione. La cosa singolare è che, nei riscontri che ricevo, ciascuno sembra trovare un personale angolo di gradimento: c’è chi apprezza la tensione del plot, chi invece l’intensa storia d’amore tra Fatima e Paolo, chi ancora l’analisi dei problemi legati al tema di fondo integrazione/integralismo. Ciò che vorrei davvero è che questo lavoro fosse letto e valutato con equilibrio e volontà di dialogo dal maggior numero possibile di islamici: per loro un’occasione forse unica di capire come sono visti da una angolazione esterna, per me quella di essere corretto, magari anche smentito clamorosamente, per correggermi in caso di eventuali abbagli, sugli equivoci d’interpretazione nei quali, inevitabilmente, posso essere incappato avvicinandomi (peraltro sempre con grandissimo rispetto) a un pensare e a un agire proprio di un’altra cultura.

Chi è il “mio” pubblico? Semplicemente non ne ho, non ne voglio. Uno scrittore non deve ritenere di “possedere” un pubblico, sarebbe un errore fatale. Dunque “il mio pubblico”, cambia di anno in anno, componendosi e dissolvendosi, volta per volta, nell’aggregato di chi legge il libro di turno; liberissimo, in ogni momento e in ogni occasione, di osannare uno dei miei romanzi e stroncarne crudelmente un altro.

Secondo Lei questa storia potrebbe diventare un film?

Il mio stile di scrittura è fortemente influenzato dalla passione che nutro per teatro e cinema. Del primo emergono soprattutto i dialoghi, nella costruzione dei quali molto debbo a quanto direttamente appreso dal grande e compianto Ed Mc Bain, che considero il mio principale maestro. Del secondo la velocità e il taglio dei capitoli, che, almeno nelle mie intenzioni, rappresentano vere e proprie sequenze da film. Insomma, nel momento stesso in cui scrivo, “vedo” le mie opere già messe in scena nell’una o nell’altra modalità di rappresentazione. Ciò premesso, in effetti, fra tutti i miei romanzi, “Il guaito delle giovani volpi” è, probabilmente, quello che si presterebbe meglio e più agevolmente a una riduzione cinematografica: ne ha infatti tutte le caratteristiche, dalla coralità e dalla fluidità di linguaggio dei personaggi alla suggestione delle ambientazioni, dalla spettacolarità di alcune scene alla drammatica  e crescente tensione che caratterizza il plot. Sì, penso che ne verrebbe fuori davvero un bel film: c’è qualche regista interessato in ascolto?

Per saperne di più: sito