Il Giornale

Berlusconi politicamente morto? No, è vivo e senza rivali

TRATTO DA ILGIORNALE.IT DEL 04/08/2013

La sentenza per frode fiscale arriva dopo un processo demenziale e non vale nulla. Per far fuori Berlusconi serve un leader capace di strappargli i consensi. Ma non c’è.

Berlusconi politicamente morto? Mi viene da ridere. I suoi avversari sono tuttora spiaccicati nell’irrilevanza, e in più sono suoi alleati di governo per necessità, vivono l’esperienza in un clima di divisione, ostilità reciproca, guerra dei capi, con il buon Matteo che si logora in strepiti verbali e altre acrobazie correntizie, lui che aveva detto di aver imparato la lezione di Berlusconi e voleva imitarlo con tanta buona volontà nella leadership personale e carismatica.
Il partito crisaiolo della Repubblica di De Benedetti, che è l’immagine stessa di un conflitto di interessi addirittura più illustre di quello del Cav, preme per l’Armageddon subito, vuole dettare contenuti e tempi a un partito epifanizzato, evirato, vuole eterodirigerlo platealmente. Ma è un giochino vecchio che divide e aggiunge caos, non una leadership. Il partito di Ingroia è nelle catacombe. Di Pietro si leccherà le ferite di una carriera politica ingloriosa per un po’. Grillo ha spiegato chi è davvero, con il suo consorte Casaleggio, e in pochi mesi è diventato una barzelletta che può ancora divertire una piccola minoranza e minacciare un governo «del cambiamento» a vanvera. La crisi da sinistra dell’esecutivo Letta-Berlusconi-Napolitano e quindi un governicchio in balia dei No Tav e dei somarelli di una classe dirigente da quarto mondo? Sarebbe un regalo anche troppo generoso a Berlusconi, non glielo faranno.
Berlusconi colpito e affondato da una sentenza per frode fiscale pronunciata al termine di un processo demenziale perché «non poteva non sapere»? Mi scompiscio dal ridere. Ci vuole altro per mettere fuori gioco e fuori legge un pezzo gagliardo e ostinato di sovranità popolare, da Berlusconi rappresentato con vittorie elettorali e clamorose rimonte, e formidabili rivincite, per due decenni. La sentenza è politicamente e civilmente ed eticamente nulla. Dovrebbero trovarne un’altra strada, non un timbro giudiziario a cui non crede nessuno, neanche chi lo festeggia come un giudizio di Dio, se il loro problema è far fuori Berlusconi. Dovrebbero trovare una leadership credibile che gli contenda i voti, il consenso, il discorso pubblico che solo lui è oggi in grado di fare. Ma il gran borghese Monti, che ha dato una mano all’Italia finché è stato un tecnico, è affondato nelle risse piccolo politiche con gli uomini di Casini e di Montezemolo. Fini si trastulla non si sa dove e giustamente tace. Tremonti lotta contro il golpe di Draghi. Ma via, siamo seri. Non c’è nessuno capace di prendere il posto di Berlusconi alla testa dell’Italia che non accetta il governo di sinistra, e che governo. L’Ulivo fallì, la serietà al governo fallì, D’Alema se lo sono mangiato i cannibali. E allora? Senza avversari e senza concorrenza interna (un saluto a Pisanu) che cosa volete che sia un annetto di domiciliari e qualche difficoltà con il passaporto.
Anzi. La persecuzione, l’imprigionamento virtuale di un uomo libero e testimone di un programma di libertà, sembra fatta apposta per prolungare ad libitum quella «vita attiva» di cui Berlusconi si sente «quasi» al termine. «Quasi»: ma che adorabile bugiardo! Non so che cosa sceglierà di fare il dominatore di questi anni, il domatore di nani che Berlusconi è stato fino ad ora. Non so. Marina? Sarebbe clamoroso e forse decisivo, se la situazione lo rendesse obbligato. Una donna, e capace e tignosa, che porta il nome e l’eredità di valori e di modi, ma al femminile, del padre politico del movimento. Bush. Clinton. Ricorda qualcosa? Non sarebbe la prima americanizzazione introdotta dal Cav. Oppure troverà altri modi, e tutto sta a superare la fase critica di una «diminutio» delle facoltà ottenuta per via di un’espulsione forzata dall’arena democratica. Certo, niente garantisce niente. Ma prima di dire che Berlusconi è politicamente morto, uno sport in cui i fessi si esercitano da vent’anni, ci penserei sopra un momento.
C’è poi una questione di fondo. Il Paese. I suoi interessi veri. L’uscita dalla crisi recessiva. Ha la sinistra divisa e incauta una formula? Sembrava a cavallo, qualche mese prima delle recenti elezioni politiche, e poi splash. A chi non considera il principio di realtà, a chi non sa parlare un linguaggio di decente modernizzazione liberale dell’economia, di riforme pro mercato e pro lavoro, a chi cerca di turlupinarci con vecchi rancori anticasta, con cretinate sociali da lotta di classe fuori tempo, con narrazioni obsolete alla Saviano e Vendola, non sarà troppo difficile rispondere con un programma serio di riscatto e di rinascita italiana. Non troppo difficile, ma neanche facile. Berlusconi, proprio ora che tutto congiura a imprigionarlo in una formula difensiva, deve passare all’attacco. Ma sulle questioni importanti, su tasse e spesa pubblica, per fare in modo che la gente capisca: una vecchia nomenklatura spossata non ce la farà mai a cogliere i segnali di una possibile ripresa, che per noi parte dal fondo di una specie di abisso eurocostipato. Dagli arresti domiciliari si possono fare grandi cose, se un movimento e uno staff acconci fossero capaci di rilanciare l’immagine vera, quella di un prigioniero che si considera uomo libero, di un uomo accanitamente insultato, diffamato e perseguitato che sa come cavarsela alla Superman, perché usa la modestia dei suoi avversari politici e togati come il supereroe usava la kriptonite. Berlusconi politicamente morto? Andate avanti voi, che a me scappa da ridere.

LA DIGNITA’ DI BERLUSCONI: “SONO INNOCENTE, SE CONDANNATO VADO IN CARCERE”

AlessandrosallustiIl verdetto per il processo Mediaset è atteso per domani, Berlusconi lo aspetta con assoluta calma ripetendo la sua innocenza  mentre nell’aria politica c’è agitazione per ripercussioni che potrebbe avere una sua condanna definitiva, il direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti mi ha spiegato alcuni dei “perché” molto importanti di questa vicenda intricata. L’ascoltiamo.

PERCHE’ ANDARE IN CARCERE E’ MEGLIO CHE STARE A CASA

“Carcere è un valore simbolico, produce una sofferenza fisica per cui mette chi ti ci ha mandato di fronte alla responsabilità di quello che ha fatto, invece gli arresti domiciliari, nella percezione comune… Uno dice va bene, casa sua… Invece la perdita della libertà è una violenza a prescindere da dove la sconti. Io ho provato gli arresti domiciliari, sono umilianti, mortificanti, perché in realtà nessuno può entrare in casa, non puoi comunicare con esterno. Se hai bisogno di qualcosa devi chiedere… -io vorrei andare in farmacia…-devi chiedere al giudice, giudice ti può dire sì o no, quando vuole come vuole. E’ molto più umiliante gli arresti domiciliari che il carcere. Il carcere ha una sua dignità, mi hai voluto mandare? Eccomi sono qui, è come se Gesù Cristo non fosse finito in croce. E’ quasi una vigliaccata quello di dire “no io ti mando ai domiciliari, sei a casa”, ma non è vero, non sono più libero. Dal punto di vista psicologico è peggiore, perché toglie l’egoismo di quello che stai facendo di quello che stai subendo. Mi hanno preso in giro, anche sui giornali, “non faccia la vittima” la mia compagna era On.Santanché, ha una bellissima casa, la casa della Santanché cosa vuoi di più. Non è così. Tanto vero che io sono evaso, non evaso per andare a scappare, evaso per andare in carcere. Perché devi mettere questi magistrati che usano una giustizia in questo modo così violento e non uguale, di fronte alla vergogna di quello che hanno fatto.”

Anche la sua condanna era inaccettabile…

“Inaccettabile per due motivi, il primo perché sulla sentenza c’è scritto che sono delinquente abituale. Uno può scrivere che io sia un pirla abituale, scema abituale, si può discutere, ma delinquente a casa mia è una parola che ha un valore… Se fermano mio figlio per strada e gli dicono tuo padre è un delinquente, lui non può dire non è vero perché è scritto sulla sentenza dello Stato, non può querelarli, lo Stato ha detto che io sono un delinquente. E questo mi ha ferito tantissimo.

La seconda cosa che tutti noi siamo uguali davanti alla legge, ma la legge deve essere uguale con tutti noi. Mi hanno definito delinquente abituale quindi ho perso i benefici di legge e sono stato condannato. Era la settima condanna per omesso controllo. Se ci fosse una legge che dice alla settima condanna sei delinquente abituale quindi perdi, uno dice va bene sarà una legge pazzesca sarà uno Stato non liberale però questa è la legge, ma invece non c’è una legge che dice questo. Perché il direttore della Corriere della Sera ne ha 24 di condanne, il direttore della Repubblica ne ha 28, Travaglio ne ha 11 allora perché io alla settima sono delinquente abituale e quello là alla ventiquattresima no? Perché questo è il giornale di Berlusconi.”

C’è qualcosa che non torna…

“Nel processo che andrà in sentenza definitiva il 30 luglio ci sono due cose che non tornano. La prima è che  proprio per far scattare lo stesso meccanismo che è scattato su di me, cioè per dare una condanna alta che implicasse automaticamente la sospensione dai pubblici uffici da quindi decade da senatore non può più essere eletto, hanno dovuto definirlo “evasore fiscale abituale”. Questo è un aggravante per cui scatta la pena di sospensione dai pubblici uffici per 4 anni, allora io mi chiedo perché e come mai l’uomo che per 18 anni ha pagato più tasse in Italia, è al primo posto come contribuente e in questi 18 anni ha versato 9 miliardi di euro di tasse, può essere definito “evasore fiscale abituale”? Tu puoi dire che il primo contribuente d’Italia ha evaso le tasse, ma non puoi dire evasore fiscale abituale.

La seconda cosa, in effetti, su quello pasticcio dei transazione dei pagamenti dei film dall’America all’Italia sono stati combinati dei pasticci e Mediaset all’epoca, prima che fosse aperta l’inchiesta, ha licenziato due manager perché li ha beccati a fare dei pasticci e li ha presi e li ha buttati fuori dalla porta. A Berlusconi cosa viene imputato? E’ vero che tu hai licenziato i tuoi manager, però tu non potevi non sapere cosa facevano i tuoi manager. Tra l’altro in un momento in cui lui non aveva la responsabilità giuridica, era Presidente del Consiglio, non era sostanzialmente a capo dell’azienda. In Italia quando vengono scoperti i pasticci nelle piccole e grandissime aziende, non è che viene preso il presidente dicendogli tu non potevi non sapere per cui tu vai in carcere, viene preso il colpevole e viene processato il colpevole. Perché Berlusconi deve essere l’unico capitano d’industria che non poteva non sapere? Se la legge dice che il capitano d’industria non può non sapere, vuol dire tutti i capitani d’industria non possono non sapere. Il Presidente di Banca Intesa che si chiama Bazzoli, il Presidente di Fiat che si chiama Elkann, che si chiama Agnelli, il Presidente del Gruppo De Benedetti che si chiama De Benedetti dovrebbero andare tutti in galera, perché nei loro gruppi sono successi dei pasticci come succedono nel tutti i gruppi del mondo. Queste due anomalie, cioè che viene definito l’evasore fiscale abituale il primo contribuente d’Italia,  e il fatto che l’unico imprenditore che non poteva non sapere cosa stavano combinando i suoi manager… Queste due cose messe insieme mi fanno avere la certezza che questo è un teorema che è costruito semplicemente per mandare Berlusconi in galera.

Non c’è giustizia se la legge non è applicata nello stesso modo nei confronti di chiunque. Se io e te lasciamo la macchina in divieto di sosta, stessa macchina nello stesso punto alla stessa ora provocando lo stesso disagio, a te danno 30 euro di multa, a me ritirano la patente e la macchina, mi mettono in galera, non è giustizia, o tutti i due 30 euro o tutti i due in galera, allora è giustizia. Può essere una giustizia feroce o sbagliata ma il presupposto della giustizia che tutti vengano trattati nella stessa maniera.

34 condanne in 18 anni non le ha subito nemmeno il capo della mafia. Il numero dei processi è l’indice dell’accanimento giudiziario verso di lui, gli sono andati addosso per ogni cosa, hai fatto questo è reato, quindi processo. Al Capone non ha subìto 34 processi, Toto Riina non ha subìto 34 processi. Ce la mettono tutta per riuscire a condannarlo, ancora non sono riusciti a farlo, e secondo loro il motivo di questo che i reati erano andati in prescrizione, ma non è vero. Se i reati erano così evidenti, non potevano andare in prescrizione. Le loro accuse sono dei teoremi che non si basano su prove e fatti certi. In Italia c’è una grande anomalia. L’Italia non è mai stato un paese normale, nel 1992 quando la Procura di Milano decide di sterminare una classe dirigente con famoso tangentopoli dove i fatti erano prevalentemente veri, dove la magistratura di Milano è diventata inaffidabile e inattendibile perché le tangenti del sistema politico c’erano in tutto il sistema politico, la magistratura di Milano ha arrestato quindi delegittimato ucciso politicamente, e alcuni anche fisicamente si sono sparati sono morti in carcere, soltanto due dei tre attori politici di quelli anni, il partito principale era Democrazia Cristiana, il secondo era Pci Partito Comunista, il terzo era Partito Socialista. Democrazia Cristiana e Partito Socialista erano alleati per tenere Pci fuori dalla stanza dei bottoni, guarda caso la magistratura di Milano ha arrestato e decapitato Dci e Psi e non ha toccato Pci, non solo, ma i due magistrati che hanno fatto questa operazione erano Antonio Di Pietro e Gherardo D’Ambrosio sono diventati deputati e senatori del Partito Comunista che dopo ha cambiato nome PD, il che è molto anomalo. La classe politica nel 92-93 di fronte a questa vergogna pubblica, perché si vergognavano ovviamente dell’avvenuto, cosa fece, rinunciò all’immunità parlamentare, si arrese alla magistratura, dicendo va bene. Perché l’Italia nasce con la Costituzione dopo il fascismo, lo Stato ha tre poteri, potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario quasi come in tutti i paesi. Questi tre poteri devono essere indipendenti tra di loro. Siccome tutti i magistrati che c’erano in Italia nel 48 quando è nata la Costituzione erano magistrati già dapprima sotto il regime fascista, allora si sono detti, ma possiamo fidarci dei magistrati che si sono formati sotto il regime fascista? Possono fare un golpe, con loro potere arrestare tutti i politici e reintrodurre il fascismo, per cui  padri costituenti avevano chiaro che il potere politico doveva essere difeso dal potere giudiziario, tanto è vero che i padri costituenti inserirono l’immunità parlamentare, cioè finché io sono nell’esercizio delle funzioni politiche su mandato del popolo cioè sono eletto  e poi io sia onorevole che sia ministro, per tutto il periodo in cui mi hanno eletto almeno che non mi trovino in flagranza di reato o per particolari reati che hanno previsto tipo strage, omicidio, c’è una serie di reati, i magistrati non possono indagarmi tantomeno arrestarmi, se hanno il sospetto che io sia colpevole di qualcosa quando smetto di essere parlamentare mi possono processare, come è successo in Francia a Chirac e  a Sarkozy si aprono processi, finché sei Presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica o onorevole non puoi essere processato se non per i reati di un certo tipo, per cui la classe politica italiana è stata al riparo dall’incursione della magistratura per diversi anni, nel 92 sull’onda della vergogna rinunciò all’immunità parlamentare quindi dal 92 la classe politica italiana è nelle mani della magistratura che fa esattamente ciò che vuole. Attacca un gruppo, mette sotto inchiesta un gruppo non un altro, mette nel mirino un leader anziché un altro… E’ questa normalità, la separazione dei poteri va ripristinata. Se no c’è un potere dello Stato che prevarica gli altri. Non è possibile, non può essere possibile. Questo è il problema che abbiamo in Italia.”

Potrà mai cambiare?

“Io credo che finché non cambia questo sistema non si ripristinano delle condizioni di democrazia. Il Pdl sono tanti anni che chiede con insistenza di cambiare la giustizia ma per farlo ci vogliono due terzi dei consensi, o tu vinci le elezioni con 60% dei voti o devi chiedere alla sinistra che purtroppo è alleata con magistrati e così non si esce da questa cosa. Tecnicamente è impossibile.”

Centro destra senza Berlusconi? Ci può essere un altro leader come lui?

“Non ci sarà un altro Berlusconi, non esiste un sostituto a Berlusconi, come non esiste un sostituto di Michelangelo o Leonardo da Vinci, l’Italia è un paese liberale che è sempre stato di una maggioranza non di sinistra. Il centro-destra andrà avanti ma Berlusconi è un leader irripetibile.”

Silvio rimembri ancor chi ti fregò lo «Zibaldone»

TRATTO DA ILGIORNALE.IT DEL 26/07/2013

DI MASSIMILIANO PARENTE

Arriva la traduzione in inglese dell’opera di Leopardi. È stata finanziata da Berlusconi con 100mila euro, ma tutti si dimenticano di dirlo. Del resto, il poeta non è un’olgettina…

Ha ragione Pietro Citati, scrivendo, ieri sul Corriere della Sera, che «mancava alla cultura di ogni paese una figura essenziale: Leopardi». Mancava soprattutto lo Zibaldone in lingua inglese, un’opera fondamentale del pensiero occidentale che adesso, dopo cinque anni di duro lavoro, esce finalmente negli Stati Uniti e in Inghilterra. 

Citati i nomi di chi ha reso possibile un simile progetto li cita uno per uno: il professor Franco D’Intino, Michel Caesar, il Centro Studi Leopardiani, il ministero degli Esteri, l’editore americano Farrar, Straus and Giroux. Che insieme sono una massa di ipocriti, salvo Citati, forse solo disinformato, perché la vera storia è un’altra, talmente emblematica del malcostume italiano che Leopardi l’avrebbe citata come modello negativo nel suo discorso sui costumi degli italiani.

Ve la racconto io, anche perché c’entro in prima persona. A maggio 2007 fui contattato proprio dal professor Franco D’Intino, stava portando avanti la traduzione dello Zibaldone e aveva bisogno di soldi. Gli chiesi quanti soldi, rispose centomila euro. Non glieli dava né il ministero degli Esteri, né il Centro Studi Leopardiani, e quest’ultimo anzi, aveva pressoché bloccato tutto il lavoro. Non glieli dava neppure la Farrar, Straus and Giroux, anzi Jonathan Galassi pretendeva non solo che fosse pagata la traduzione ma perfino le spese di stampa. Stavano andando avanti con le collette online, spiccioli. A quest’ora sarebbero ancora a pagina dieci.

All’epoca facevo solo lo scrittore, e non scrivevo in esclusiva su nessun giornale, però mi venne un’idea e la proposi a D’Intino: perché non facciamo una campagna per chiedere a un imprenditore, un De Benedetti, un Montezemolo, un Armani, di finanziare proprio questa colossale impresa di prestigio culturale internazionale? Girai l’idea all’Espresso, dal quale proprio in quei giorni avevo ricevuto una proposta di collaborazione. Ma dopo settimane di riunioni risposero no, per Daniela Hamaui non era «abbastanza pop», testuali parole. D’Intino sempre più depresso, io gli dissi di non perdere le speranze, qualcosa mi sarei inventato.

Quindi provai con Libero, diretto da Vittorio Feltri, parlandone con il capocultura Alessandro Gnocchi, e mi dettero subito carta bianca: fai quanti pezzi vuoi, è una cosa troppo importante, se vuoi andiamo avanti anche per un mese. Alla faccia della destra ignorante, pensai. Tra parentesi nacque in quel momento la mia collaborazione in esclusiva con Libero e poi con il Giornale, con la stessa carta bianca.

Non fu una campagna lunga, durò appena un appello, in cui esposi la situazione. Non passarono due giorni e con mia grande sorpresa mi telefonò Gianni Letta, e non da Palazzo Chigi bensì da Recanati, dove era andato per verificare il progetto. Mi informò che Silvio Berlusconi era intenzionato a finanziare la traduzione dello Zibaldone, senza se e senza ma. «Quanti soldi servono?». «Centomila euro». «Bene». Trascorsero altri tre giorni e Letta mi richiamò, chiedendomi su quale conto dovesse far pervenire il bonifico di Berlusconi, e al contempo D’Intino mi pregò di non mandare il denaro al Centro Studi Recanati, sarebbe finito chissà dove. Detti quindi a Letta il numero di conto del Leopardi Centre, raccomandandomi di tenere fuori il Centro Studi di Recanati, e dopo una settimana arrivò il bonifico di Silvio Berlusconi a D’Intino, i centomila euro richiesti.

Tutto l’italico, vomitevole schifo ha inizio da quel momento. Neppure il tempo di festeggiare e D’Intino mi telefonò in lacrime: il Centro Studi Recanati, e perfino l’Università La Sapienza, lo stavano isolando perché aveva accettato i soldi di Berlusconi. Obiettai che era assurdo, ma lui continuava a frignare, la sua carriera rischiava di finire. Addirittura? Allora, a malincuore per Leopardi, gli consigliai di non prenderli. Invece i soldi se li tenne, e l’équipe si mise al lavoro. Tuttavia il nome di Berlusconi continuò a non comparire nel sito del Leopardi Centre, neppure a distanza di anni, solo una vaga dicitura: finanziamenti privati. Richiamai D’Intino per avere spiegazioni. Per mio principio, Berlusconi aveva finanziato a fondo perduto e senza nessuna richiesta o clausola, gli bastava andassero avanti. La risposta di D’Intino fu surreale: avevano perso la password. Sebbene il sito continuasse a essere aggiornato. 

Ora finalmente esce lo Zibaldone, e salta fuori che proprio chi ha ostacolato l’impresa se ne prende il merito e viene citato da Citati. Il sottoscritto, tra l’altro, non è stato neppure informato della pubblicazione, immagino neppure Berlusconi. Non essendo Giacomo un’olgettina non interessa a nessuno, non sarà abbastanza pop. Anzi, le olgettine sono un modello etico di gratitudine e lealtà in un’Italia di ingrati approfittatori. Di certo se Leopardi fosse vivo sputerebbe in faccia a tutti.

 

Berlusconi: “Forza Italia? Per giovani e imprenditori”

Italy's former Prime Minister Berlusconi waves during a meeting in RomeTRATTO DA ILGIORNALE.IT DEL 22.07.2013 DI RACHELE NENZI

Il Cavaliere spiega il perché del cambio nome: “Vorremo rivolgerci ai tanti italiani che con passione si interessano al nostro comune destino”

 – Lun, 22/07/2013 – 20:48

 “Abbiamo deciso di tornare a Forza Italia per un motivo che riguardava il nome Popolo della Libertà, fatto di due belle parole, mai usate in realtà, e perché vorremmo, come ci riuscì 20 anni, rivolgerci ai giovani e ai protagonisti del mondo del lavoro per chiedere di interessarsi al nostro comune destino”.

Silvio Berlusconi ha così spiegato il nuovo nome del partito.

“Non è giusto che solo alcuni si interessino del nostro Paese e gli altri guardino da lontano criticando chi invece si impegna”, ha poi aggiunto intervenendo telefonicamente durante l’incontro organizzato da L’esercito di Silvio, “Spero che con il lancio di Forza Italia nel mese di settembre possano aggiungersi a noi tanti italiani con il loro entusiasmo e loro passione”

La (finta) democrazia della rete

TRATTO DA ILGIORNALE.IT DEL 07 GIUGNO 2013 blog di Davide Erba

Voler far credere che attraverso internet si possa permettere alle persone di esercitare la democrazia è una balla ed una bufala colossale. Almeno un 30% della popolazione è esclusa. Una parte consistente della società ha grandi difficoltà a barcamenarsi con un pc.

In rete si dice che chiunque abbia diritto di espressione.
Certo, ma il problema è: chi legge un sito non indicizzato? Solito discorso, o hai i soldi e acquisti traffico oppure il tuo spazio web equivale ad una
scritta su un muro in una via terziaria di un quartiere di periferia. In pochi la noteranno! Il diritto d’espressione ce l’hai (come ce l’hai nella vita reale al bar, in strada o con gli amici) e magari anche visibilità se scrivi quello che fa piacere al proprietario del sito, venendo citato, linkato e messo in evidenza; se scrivi qualcosa di scomodo, il tuo commento resta in fondo alla pagina e sprofonda nella miriade di altri interventi con ben poche letture.

Ci risiamo ancora una volta: la rete in fin dei conti è un mezzo attraverso il quale comunicare, manipolare, informare e non è diverso dagli altri mezzi nella sostanza, ma con una grande differenza meramente estetica: puoi pubblicare contenuti visibili al mondo intero, peccato che saranno in pochi del mondo intero ad accorgersi della tua pagina web sempre che tu non disponga di importanti risorse economiche. Ci risiamo, l’illusione è servita: basta non crederci troppo.

MACELLERIA

TRATTO DA Il Giornale del MARTEDì 25 GIUGNO 2013

CASO RUBY: 7 ANNI A BERLUSCONI

MACELLERIA

Pur di condannarlo, i giudici superano la Boccassini e inventano un complotto: 32 persone avrebbero testimoniato il falso. E’ follia giudiziaria. Marina difende il padre: “Sentenza già scritta.” Il Cav: “Resisterò. Sostegno a Letta? Deciderà il Pdl.”

di Alessandro Sallusti

C’era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby: fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanza processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse. E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l’unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco la spianata strada alla condanna esemplare per il capo: sette più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l’uscita di scena di Berlusconi.

Tra questa giustizia e la finzione non c’è confine. Siamo oltre l’accanimento, la sentenza emessa ieri è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l’entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore – sostenevano i giudici gerarchi – mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te.

Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Quanto al presidente Berlusconi, sono certo che saprà cosa fare. Se è ancora in piedi dopo 18 anni nei quali gliene hanno fatte di ogni, non sarà certo la sentenza di ieri a farlo desistere. Per quel che vale, permettetemi di dire se avessi non dico un indizio ma un solo dubbio che il presidente abbia molestato una donna anche una sola volta in vita non sarei qui a scrivere queste righe. Frequentando un po’ l’ambiente, e avendo conosciuto l’uomo, ho assoluta certezza del contrario. Stiamo parlando di un galantuomo, mattacchione sì, ma di gran lunga moralmente più integro dei suoi accusatori e giudici. Il che rende di maggior gusto resistere a questa porcata. E alle prossime.

Alessandro Sallusti